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(dettaglio di un mio dipinto)

domenica 4 ottobre 2015

Quando diverrò ciò che sono

















E diventerò infine chi sono sempre stato:

zingaro capelluto,

orso-poeta lupo irsuto selvaggio innamorato

a suonare i miei gambali a sonagli occitani

i mie flauti d’osso caucasici i miei tamburi tartari

e la mia chitarra di Cadiz,

cantando a voce persa amara selvatica aspra desertica forte fonda cupa ampia piovosa dolce allegra urlata tremolante cupa pesta nera fitta profonda oceanica temporalesca fulminea abissale forestica arborea marmorea viola carminio rupestre notturna oscura dorata ossessa ossea ombrosa gitana flamenca grave mormorante sgretolata rovinante gutturale primitiva ancestrale cavernosa

tra le torce accese

alla mia niña morena, dea lunare al mio fianco,

avvolta nel suo scialle rosso ricamato dalle lunghe frange,

nelle notti eterne dal cielo aperto infinito e spettrale,

dall’alito libero, dolce, perduto e terso, come d’un flauto pagano,

ascoltando rapaci il richiamo di civette lontano,

sotto stelle d’oro fiabesche e terrifiche

e la luna dolce folle antica,

fida alleata dei viandanti e dei ladri,

a cantare la malinconia e l’allegria smodata ubriaca tarantata

nel calore umano festante saldo come una pietra, incrollabile

tra le danze della tribù dagli occhi di cielo assassino,

a bere il vino oscuro della vittoria,

irsuto, insolente, feroce, blasfemo, osceno e impavido,

un amuleto indicibile e un coltello corso in tasca,

la disperata vitalità ridente glaciale e terrigna del nomade,

nel Caos-Madre antro antico, amico, animico e possente.




















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