E diventerò
infine chi sono sempre stato:
zingaro
capelluto,
orso-poeta
lupo irsuto selvaggio innamorato
a suonare i
miei gambali a sonagli occitani
i mie flauti
d’osso caucasici i miei tamburi tartari
e la mia
chitarra di Cadiz,
cantando a
voce persa amara selvatica aspra desertica forte fonda cupa ampia piovosa dolce
allegra urlata tremolante cupa pesta nera fitta profonda oceanica temporalesca
fulminea abissale forestica arborea marmorea viola carminio rupestre notturna oscura
dorata ossessa ossea ombrosa gitana flamenca grave mormorante sgretolata rovinante
gutturale primitiva ancestrale cavernosa
tra le torce
accese
alla mia
niña morena, dea lunare al mio fianco,
avvolta nel
suo scialle rosso ricamato dalle lunghe frange,
nelle notti
eterne dal cielo aperto infinito e spettrale,
dall’alito
libero, dolce, perduto e terso, come d’un flauto pagano,
ascoltando
rapaci il richiamo di civette lontano,
sotto stelle
d’oro fiabesche e terrifiche
e la luna
dolce folle antica,
fida alleata
dei viandanti e dei ladri,
a cantare la
malinconia e l’allegria smodata ubriaca tarantata
nel calore
umano festante saldo come una pietra, incrollabile
tra le danze
della tribù dagli occhi di cielo assassino,
a bere il
vino oscuro della vittoria,
irsuto,
insolente, feroce, blasfemo, osceno e impavido,
un amuleto
indicibile e un coltello corso in tasca,
la disperata
vitalità ridente glaciale e terrigna del nomade,
nel
Caos-Madre antro antico, amico, animico e possente.
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